Ci sono cognomi che nel motorsport raccontano una storia ancora prima di pronunciare un nome. Fiorio è uno di questi. Ma sarebbe profondamente ingiusto ricordare Alessandro “Alex” Fiorio soltanto come il figlio di Cesare.
Alex aveva scritto la sua storia. E l’aveva fatto nel modo più difficile possibile: mettendosi un casco, sedendosi al volante e andando forte. Molto forte.
La notizia della scomparsa di Alex Fiorio, morto all’età di 61 anni dopo una malattia contro la quale combatteva da alcuni mesi, lascia un vuoto enorme nel mondo dei rally e nell’automobilismo italiano.
Se ne va uno dei protagonisti di una generazione che molti appassionati continuano a considerare irripetibile. Quella delle prove speciali gremite di persone, delle Lancia Delta lanciate tra neve, terra e asfalto e di un Mondiale Rally nel quale i piloti italiani non erano semplicemente comparse, ma uomini da battere.
E Alex Fiorio era uno di loro.

Dallo sci alla Lancia Delta: Alex Fiorio era nato per correre
La velocità aveva accompagnato Alex fin da giovanissimo. Prima delle quattro ruote ci furono gli sci: a 17 anni conquistò il titolo italiano nella discesa libera e nel gigante con i colori dello Ski Club Cervino, superando anche le prove per diventare maestro di sci.
Poi arrivarono le automobili.
Nei primi anni Ottanta iniziò la sua carriera nei rally passando dal Panda Ice Trophy al Campionato Fiat Uno, prima di entrare nell’orbita di quella Lancia che stava per scrivere alcune delle pagine più importanti della storia del motorsport.
Con Gigi Pirollo al suo fianco, Alex diventò uno dei protagonisti dell’epoca della Delta. Al volante di una vettura del Jolly Club conquistò il titolo riservato alle vetture di Gruppo N, imponendosi anche al Rally dei 1000 Laghi, l’attuale Rally di Finlandia.
Nel 1988 chiuse il Mondiale Rally al terzo posto assoluto. L’anno seguente arrivò il risultato più importante della sua carriera: vicecampione del mondo WRC 1989, alle spalle di Miki Biasion.
In carriera conquistò nove podi nel Mondiale, con sei secondi posti e tre terzi posti. Numeri che raccontano soltanto una parte di ciò che Alex Fiorio ha rappresentato per il rally italiano.

Una vita nel motorsport, anche lontano dalle prove speciali
Quando l’avventura agonistica con Lancia terminò, Fiorio continuò a correre, affrontando anche una parentesi con Ford. Ma soprattutto dimostrò di sapersi reinventare senza mai allontanarsi davvero dal mondo delle competizioni.
Nel 2000 fu team manager dell’Honda Benetton Playlife Racing Team nella classe 125 del Motomondiale, conquistando il titolo costruttori. Dal 2001 al 2004 ricoprì invece lo stesso ruolo nel BMW Cibiemme Team nei campionati FIA Super Produzione e Turismo.
Eppure, alla fine, tornava sempre lì. Ai rally. Alla guida. Alla voglia di spiegare perché una macchina reagisce in un certo modo e come un pilota deve imparare ad ascoltarla.
Con l’amico ed ex pilota Alex Bruschetta diede vita alla Rally University, mentre negli ultimi anni la Fiorio Cup aveva trasformato Masseria Camarda in un piccolo punto d’incontro del rallismo italiano e internazionale. Una manifestazione capace di richiamare piloti come Andrea Crugnola, Andrea Mabellini e persino Kalle Rovanperä, due volte campione del mondo WRC.

Quella giornata con Alex Fiorio a Masseria Camarda
Ed è proprio a Masseria Camarda che ho avuto la fortuna di conoscere personalmente Alex.
Era una giornata organizzata all’insegna dei motori, ma soprattutto della passione. Un’atmosfera gioviale, accompagnata dalla straordinaria ospitalità di papà Cesare Fiorio e di Mariapaola, la figlia di Alex.
A noi era riservata anche una piccola scuola di guida sportiva. Alex doveva insegnarci alcuni rudimenti al volante e io, lo ammetto senza troppi problemi, con quella Fiat Panda 4×4 nei vari giri sul pistino non ero andato granché.
Lui, però, era lì. Mi spiegava cosa avrei dovuto fare, gli input da trasmettere alla macchina, quello che avrei dovuto sentire attraverso il volante e il sedile. Cercava di farmi capire che guidare non significava soltanto impartire un comando, ma percepire ciò che la macchina stava facendo e anticipare quello che avrebbe fatto un istante dopo.
Per lui erano probabilmente concetti elementari. Davanti aveva un giovane allievo che cercava di mettere insieme decentemente qualche curva con una Panda. Eppure Alex insegnava con la stessa attenzione con cui avrebbe probabilmente parlato a un giovane pilota.
Sempre pronto a correggere. Sempre pronto al consiglio.
Un vero maestro. È questo uno dei ricordi che conserverò maggiormente di lui. Perché dietro il pilota capace di arrivare secondo in un Mondiale Rally c’era qualcuno ancora disposto a spiegarti, con pazienza, come affrontare meglio la curva successiva.

La malattia raccontata con il suo solito temperamento
Alex era anche un uomo di enorme spirito. Schietto, intelligente, ironico. Con quel temperamento che chi lo seguiva aveva imparato a conoscere perfettamente.
L’8 giugno 2026 fu lui stesso ad annunciare pubblicamente di avere una neoplasia allo stomaco.
Una notizia totalmente inaspettata che scosse il mondo dell’automobilismo. Eppure anche nell’affrontare qualcosa di così drammatico Alex rimase Alex: con la sua simpatia, la sua intelligenza e quella maniera diretta di affrontare le cose che lo aveva sempre contraddistinto.
Il pubblico adulto lo ricordava per le sue imprese al volante tra gli anni Ottanta e Duemila. Ma negli ultimi anni Fiorio era riuscito in qualcosa di tutt’altro che scontato: farsi conoscere da una nuova generazione di appassionati attraverso i social.
Lo faceva a modo suo. Con quel piglio a volte burbero, sempre preciso, dispensava pillole di tecnica, opinioni, consigli e racconti. Dentro quei video c’erano decenni di esperienza accumulata nelle corse e una conoscenza della guida sportiva che difficilmente si può imparare sui libri.
Il 13 luglio aveva aggiornato ancora una volta chi lo seguiva, raccontando alcune complicazioni legate alle cure.
Poi, oggi, la notizia che nessuno avrebbe voluto leggere.

Ha lottato fino all’ultima prova speciale
Alex ha combattuto come un leone. Del resto era nel suo temperamento.
Non ha mollato davanti alle difficoltà e ha provato fino alla fine a vincere un’ultima corsa. Quella più dura. Quella più importante.
E oggi ci ritroviamo a salutare una delle figure più belle dell’automobilismo italiano.
Un uomo sincero, schietto e leale. Un pilota capace di arrivare ai vertici del Mondiale Rally e poi di reinventarsi più volte, senza vivere soltanto del proprio passato.
Forse anche per questo sarebbe riduttivo ricordarlo semplicemente attraverso il secondo posto nel Mondiale del 1989, i nove podi nel WRC o le fotografie della sua Lancia Delta di traverso.
Alex Fiorio apparteneva certamente a quell’epoca. Ma non era rimasto prigioniero di quell’epoca.
Aveva saputo parlare a un pubblico nuovo utilizzando la comunicazione di oggi, costruendo attraverso i social una comunità enorme di appassionati. Lo aveva fatto senza trasformarsi in un personaggio diverso da se stesso. Con la sua simpatia, il suo carattere, qualche sana provocazione e soprattutto una competenza enorme.
E poi c’è il mio ricordo.
Quello di una Panda 4×4 su un piccolo circuito in Puglia. Di me che cercavo di capire cosa stessi sbagliando e di Alex che, con una carriera mondiale alle spalle, continuava pazientemente a spiegarmi cosa avrei dovuto fare alla curva successiva.
Oggi mi piace ricordarlo così. Non soltanto come Alex Fiorio, vicecampione del mondo rally.
Ma come Alex. Un uomo che sapeva andare terribilmente forte e che aveva ancora voglia di insegnare agli altri come si guida un’automobile. Lascia papà Cesare e mamma Francesca, il fratello Cristiano con i figli Cesare jr. e Milla, la sorella Giorgia, la moglie Oxana e le figlie Mariapaola e Francesca.
Ciao Alex, ci rivedremo un giorno. Rest in Speed.
Foto: Fiorio Cup Press, PressNet.it, Archivio Fiorio.
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