Riportare in vita un marchio automobilistico scomparso è già complicato. Farlo con due nomi appartenenti alla storia dell’automobile italiana, cercando contemporaneamente di costruire una struttura industriale attorno al progetto, lo è ancora di più. Per questo il lavoro intrapreso da Massimo Di Risio con Historic Italian Brands merita innanzitutto di essere osservato con interesse.
Al Salone Auto Torino 2026, Itala e O.S.C.A. si presentano con una gamma ormai piuttosto articolata: Itala 35, 56 e 61 da una parte, O.S.C.A. MT6 e MT8 dall’altra. Torino è anche la città scelta per il primo showroom dei due marchi, aperto dal Gruppo BiAuto, mentre il piano industriale passa attraverso Fabbrica Italia e due nuovi impianti previsti a Macchia d’Isernia, in Molise. Il progetto utilizza basi tecniche provenienti da gruppi cinesi come GAC e Changan, sulle quali viene svolto in Italia un lavoro che riguarda design, interni, elettronica, assetto e impianti frenanti, con il coordinamento tecnico di Roberto Fedeli e il coinvolgimento di realtà come Italdesign, Pirelli e MAK.
Fin qui, nulla di scandaloso. La condivisione delle piattaforme è ormai la normalità dell’industria automobilistica mondiale e partire da un’architettura esistente può essere l’unico modo economicamente sostenibile per riportare sul mercato marchi che non dispongono più di fabbriche, gamme e strutture proprie.
La questione, semmai, è un’altra: quanto deve essere profonda la trasformazione perché un’auto possa davvero conquistarsi il diritto di portare un nome storico?

Itala e O.S.C.A.: il rebadging non è necessariamente il problema
Definire queste vetture semplicemente come auto cinesi con un altro logo sarebbe riduttivo. Historic Italian Brands dichiara interventi su stile, materiali, elettronica e dinamica, e soprattutto punta a generare in Italia parte del valore industriale del prodotto.
È uno sforzo che apprezziamo. Ma proprio perché i nomi scelti sono Itala e O.S.C.A., pensiamo sia lecito pretendere qualcosa di più.
Il rischio è quello già visto molte volte nell’industria contemporanea: confondere il concetto di premium con una sommatoria di grandi schermi, cerchi enormi, pelle, Alcantara, cromature e superfici che imitano metalli o materiali nobili. Una ricetta che può funzionare commercialmente, ma che difficilmente basta a costruire l’identità di un’automobile.
Il vero premium, almeno secondo noi, dovrebbe trovarsi prima di tutto nella qualità dell’ingegneria, nella taratura del telaio, nei materiali autentici, nel modo in cui sterzo, freni e sospensioni comunicano con chi guida e nella coerenza generale del progetto.
Ed è proprio su questo terreno che aspettiamo di poter giudicare le nuove Itala e O.S.C.A. al volante.

Itala 35: il primo passo costa 35.000 euro
La Itala 35 è il primo modello del nuovo corso ed è già in vendita con un prezzo di partenza di 35.000 euro. È una crossover lunga 4,41 metri, spinta da un 1.5 turbo benzina da 170 CV abbinato al doppia frizione a sette rapporti e alla trazione anteriore.
La Casa dichiara uno 0-100 km/h in 7,5 secondi, una velocità massima di 190 km/h e consumi di 6,8 l/100 km. La dotazione comprende cerchi da 20 pollici con pneumatici Pirelli P Zero, tetto panoramico, rivestimenti in pelle e Alcantara e sistemi ADAS di livello 2.

Itala 61: quasi cinque metri e sette posti
All’altro estremo della gamma troviamo la Itala 61, grande SUV di quasi cinque metri derivata dalla Trumpchi GS8. Offre sette posti e utilizza un 2.0 turbo benzina da 231 CV con cambio automatico a otto rapporti e trazione integrale capace di ripartire la coppia in funzione dell’aderenza disponibile.
La dotazione punta apertamente verso l’alto: cerchi da 22 pollici, head-up display, terza fila elettrica e persino una borsa in pelle integrata nel vano posteriore come richiamo alla tradizione del marchio.

Ed è proprio qui che si gioca la partita più difficile. I riferimenti alla storia possono essere piacevoli, ma devono rimanere una conseguenza dell’identità del prodotto, non sostituirla.
A Torino è presente anche la Itala 56 Full Hybrid, concept che anticipa l’elettrificazione prevista per il 2027: combina un 2.0 turbo a iniezione diretta con un motore elettrico per una potenza complessiva superiore a 230 CV.

O.S.C.A. MT6: qui il nome pesa ancora di più
E poi arriviamo a O.S.C.A.. E qui, inevitabilmente, diventiamo più esigenti.
La sigla significa Officine Specializzate Costruzioni Automobili e dietro quel nome ci sono i fratelli Maserati. O.S.C.A. nacque nel dopoguerra per costruire soprattutto piccole sportive e vetture da competizione leggere, raffinate e capaci di ottenere risultati ben superiori a quanto avrebbero suggerito dimensioni e risorse dell’azienda.
È un’eredità enorme. Il primo modello del nuovo corso è invece la O.S.C.A. MT6, crossover compatta di circa 4,5 metri con motore 1.5 turbo benzina, cambio automatico e trazione anteriore. L’allestimento comprende cerchi da 21 pollici, pneumatici Pirelli P Zero, molle e ammortizzatori con taratura sportiva, freni maggiorati e sedili in pelle e Alcantara.
Il prezzo è di 49.000 euro. Non vogliamo condannarla prima ancora di averla guidata. Se l’intervento su telaio, sospensioni e sterzo sarà abbastanza profondo, la MT6 potrebbe riservare delle sorprese.

O.S.C.A. MT8 continua sulla strada dei SUV
Al Salone di Torino debutta anche la O.S.C.A. MT8, per ora in veste di concept. È una SUV coupé lunga 4,87 metri, con componenti della carrozzeria in fibra di carbonio, cerchi da 22 pollici e un’impostazione decisamente sportiva.
La versione di serie dovrebbe arrivare con un 2.0 turbo disponibile a trazione anteriore o integrale, mentre nel 2027 è prevista una variante full hybrid da oltre 300 CV.
Ancora una volta, sulla carta non manca nulla. Potenza, carbonio, grandi ruote, prestazioni e immagine. Ma O.S.C.A. ci ha insegnato storicamente qualcosa di quasi opposto: leggerezza, essenzialità e ingegno prima dell’ostentazione. Ed è per questo che il modello che aspettiamo davvero è un altro.

O.S.C.A. Sportscar: questa sì che vogliamo vederla
Nel 2027 Historic Italian Brands dovrebbe presentare la O.S.C.A. Sportscar, ed è probabilmente il progetto che più incuriosisce noi di Top Gear Italia.
Le prime indicazioni parlano di una vera sportiva con motore V6 e cambio manuale, potenzialmente sviluppata utilizzando la piattaforma della Lotus Emira. Se così fosse, il discorso cambierebbe parecchio.
Motore centrale, cambio manuale, telaio da vera sportiva e una filosofia concentrata sulla guida sarebbero finalmente ingredienti capaci di dialogare in maniera credibile con il nome O.S.C.A.
Non chiediamo una replica nostalgica di una MT4 degli anni Cinquanta e nemmeno una macchina volutamente anacronistica.
Al contrario: vorremmo vedere cosa significherebbe interpretare oggi lo spirito dei fratelli Maserati, utilizzando tecnologie contemporanee ma mantenendo quella stessa ossessione per peso, meccanica e piacere di guida. Quella potrebbe essere la vettura capace di dare un senso completamente diverso all’intero progetto.

L’operazione merita una possibilità, ma i nomi vanno meritati
La rinascita di Itala e O.S.C.A. ci mette quindi in una posizione curiosa. Da una parte non possiamo che apprezzare chi investe denaro, persone e strutture industriali per riportare in vita due marchi italiani che altrimenti continuerebbero a esistere soltanto nei libri di storia.
Massimo Di Risio ha dimostrato negli anni di saper costruire un’attività partendo proprio dalla collaborazione con costruttori cinesi, e trasformare quell’esperienza in un progetto con maggiore contenuto industriale italiano è un’ambizione interessante.
Dall’altra, però, riportare in vita un logo non significa automaticamente riportare in vita un marchio.
Per farlo servono automobili capaci di avere un’identità propria. E se l’obiettivo è salire di posizionamento, ci auguriamo che il concetto di premium non venga costruito semplicemente attraverso cromature, carbon-look, grandi display, finiture simil-alluminio e dotazioni da brochure. Soprattutto quando il prezzo cresce sensibilmente rispetto ai modelli utilizzati come punto di partenza.

Con O.S.C.A., poi, la responsabilità è ancora maggiore. Dietro quelle quattro lettere ci sono uomini che, in una piccola officina, riuscirono a costruire automobili capaci di stupire il mondo delle competizioni.
È una storia troppo bella per essere utilizzata soltanto come badge sul muso di un SUV.
Per questo guardiamo al progetto con interesse, ma anche con aspettative elevate. E se nel 2027 quella O.S.C.A. Sportscar con V6 e cambio manuale dovesse davvero arrivare, saremo molto curiosi di scoprire se sotto un nome glorioso sarà rinata anche la sua anima.
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