Arriviamo a Houston e la prima cosa che penso, guardando il Ford Bronco Wildtrak che ci aspetta fuori dall’aeroporto, è molto semplice: quanto è grosso?
In fotografia sembrava grande. Dal vivo è un’altra cosa. È alto, largo, poggia su quattro pneumatici che sembrano sottratti a un mezzo militare e, soprattutto in questa configurazione, non fa nulla per nascondere le proprie dimensioni. Per qualche secondo guardiamo il Ford Bronco Wildtrak pensando che, forse, abbiamo esagerato.
Poi saliamo. E succede qualcosa di strano. Da dentro non sembra più così enorme. Si guida molto in alto, certo, ma il parabrezza verticale e il cofano relativamente corto aiutano a percepire bene gli ingombri. È una di quelle auto che da fuori sembrano gigantesche e che, una volta al volante, iniziano immediatamente a spiegarti perché esistono.
Il nostro Bronco, poi, non passa certo inosservato. La carrozzeria rossa abbinata alla parte superiore bianca richiama le prime generazioni del modello, mentre la calandra è stata modificata per accentuarne ulteriormente il sapore rétro. Di giorno è appariscente. Di notte, con le luci di posizione ambrate e quelle supplementari accese, sembra quasi un pezzo di scenografia americana.
La prima sera restiamo a Houston. Mangiamo tacos e iniziamo a prendere confidenza con un luogo che già nelle prime ore ci fa capire quanto sia diverso dal nostro mondo. Il confine con il Messico è ancora lontano, ma la sua influenza qui arriva direttamente a tavola.
E il Bronco, tra le strade di Houston, continua a sembrarci enorme. Soprattutto quando dobbiamo infilarlo nei parcheggi o nelle corsie più strette.
Poi ci guardiamo intorno. Ford F-150, Chevrolet Silverado, RAM e SUV che in Europa sembrerebbero mezzi da spedizione. Qui sono semplicemente automobili. Il Bronco non è diventato più piccolo: siamo noi ad aver cambiato rapidamente scala di riferimento.

Ford Bronco Wildtrak: dove finisce l’asfalto
La mattina successiva partiamo verso sud. L’idea è seguire la costa del Golfo del Messico senza un programma troppo rigido.
Matagorda è una delle prime tappe. Ed è anche il luogo nel quale capiamo che questo viaggio non sarà soltanto una lunga strada intervallata da qualche deviazione verso il mare.
Arriviamo dove termina l’asfalto aspettandoci il classico accesso alla spiaggia: parcheggio, cancello e magari un sentiero. Invece l’asfalto finisce praticamente nella sabbia.
C’è un cartello. Limite di velocità di 15 miglia orarie, qualche indicazione per i veicoli 4×4 e per la pressione degli pneumatici. Poi la strada continua. Solo che non è più una strada. È la spiaggia.
Ci sono auto parcheggiate vicino all’acqua, famiglie, barbecue, pescatori e bambini che giocano. Qualcuno è arrivato con un pickup, qualcun altro con un fuoristrada carico di attrezzatura. Le macchine non sono parcheggiate vicino alla spiaggia. Fanno parte della spiaggia.

È una delle prime lezioni del viaggio: raccontare il Texas utilizzando categorie europee è praticamente impossibile.
Noi arriviamo al mare con ombrellone, borsa frigo e asciugamani. Qui ci arrivano direttamente con la macchina.
E il Bronco sembra essere nato esattamente per questo. All’inizio siamo prudenti. La sabbia sembra profonda e nessuno di noi vuole inaugurare il viaggio chiamando qualcuno per farsi tirare fuori. Cominciamo con la modalità 4×4 automatica, poi selezioniamo Sand e proviamo il 4×4 fisso.
In realtà, il Bronco sembra non aver bisogno quasi di nulla. Galleggia sulla sabbia con una facilità disarmante. Per buona parte del tempo ci dimentichiamo persino della quantità di tecnologia che lavora sotto di noi. Quando il fondo diventa più impegnativo, oppure siamo noi a cercare volontariamente qualcosa di più, entrano in gioco le altre modalità di guida. Fino alla Baja.
Ed è lì che cominciamo davvero a divertirci. Il paradosso del Bronco è tutto qui. Puoi avere bloccaggi dei differenziali, ridotte, pneumatici da 35 pollici e sistemi progettati per affrontare terreni decisamente più complicati di una spiaggia texana. Poi, cinque minuti dopo, puoi semplicemente passeggiare vicino all’oceano con i finestrini abbassati.
A un certo punto proviamo anche a lasciare lavorare maggiormente il posteriore.
Il Bronco disegna qualche donut sulla sabbia.
Noi ridiamo. Ed è probabilmente in quel momento che smettiamo definitivamente di domandarci se un’auto del genere abbia davvero senso. Perché non è necessario averne bisogno. In Texas basta che esista.

V6, benzina e chilometri
Continuiamo a scendere lungo la costa. Palacios, Port Lavaca, Rockport, Port Aransas, Corpus Christi.
Le distanze americane hanno una particolare capacità di ridimensionare tutto. Guardi la mappa, pensi che la tappa successiva sia dietro l’angolo e poi scopri di avere davanti un’altra ora e mezza di strada perfettamente dritta.
Dopo qualche centinaio di chilometri inizi anche a fare amicizia con i distributori. Il serbatoio è generoso e il consumo non è esattamente quello di una compatta diesel. Con un pieno percorriamo circa 550 km, viaggiando normalmente intorno ai 13-14 l/100 km. Se però inizi a sfruttare seriamente il V6 biturbo, quella cifra sale rapidamente.
Il carburante americano, fortunatamente, rende l’esperienza meno dolorosa.
In autostrada emergono anche alcuni compromessi. Gli enormi pneumatici tassellati si fanno sentire e il V6 spinge con decisione, senza però riuscire – né volerlo – a nascondere massa e dimensioni. L’automatico a dieci rapporti, al contrario, sembra progettato apposta per queste strade. A velocità di crociera il motore gira basso e il Bronco potrebbe continuare così per ore.

La vera sorpresa sono però le sospensioni. Prendi una buca e avverti il colpo, ma la carrozzeria non continua a rimbalzare. Il Bronco assorbe, si ricompone e va avanti. Sembra avere sempre un’enorme riserva di escursione sotto di sé.
Poi arriva una strada asfaltata, provi a frenare con decisione o a cambiare direzione velocemente e ricordi immediatamente quanta macchina stai portando in giro.
Non va guidato come una sportiva. È largo, alto e pesante. Lo sterzo è piuttosto diretto e bisogna imparare a rispettarne gli ingombri. Anche il pedale del freno richiede più decisione rispetto a ciò cui siamo abituati sulle auto europee.
Dopo qualche giorno, però, cambia la prospettiva. Smetti di guidarlo pensando a quello che non può fare e cominci a sfruttarlo per ciò che sa fare.
E il Texas sembra incoraggiarti.

Padre Island: il posto giusto per un Ford Bronco
A Corpus Christi trascorriamo parecchio tempo nella zona del porto e della marina. Barche, rimorchi, pickup e attrezzatura da pesca raccontano un mondo nel quale l’automobile non serve soltanto per spostarsi da A a B. Serve a portarsi dietro tutto quello che occorre per vivere una giornata sull’acqua.
Poi arriviamo a Padre Island. Ed è qui che capiamo definitivamente perché siamo venuti fin qui. Per chilometri puoi guidare sulla spiaggia. Non su un percorso artificiale per fuoristrada: sulla spiaggia vera.
Davanti c’è il Golfo del Messico. Dietro, quasi nulla. Intorno, una quantità impressionante di persone che hanno avuto esattamente la nostra stessa idea: prendere la macchina e arrivare fin qui.
Molti parcheggiano con il posteriore rivolto verso il mare. Il cassone del pickup diventa così una terrazza privata. Sedie, cibo, attrezzatura da pesca. Qualcuno cucina, qualcun altro entra in acqua.

Noi prendiamo il Bronco e continuiamo. La sabbia è più compatta e, dopo qualche giorno, abbiamo ormai perso tutta la prudenza iniziale. Abbassiamo i finestrini, proviamo le diverse modalità di guida e ci concediamo qualche curva più larga del necessario. Quando torniamo sull’asfalto il Bronco è ricoperto di sabbia.
La mattina successiva dobbiamo lavarlo. Troviamo uno di quegli autolavaggi americani nei quali entri, paghi, attraversi il tunnel e ne esci dall’altra parte con la macchina praticamente nuova. Tutto sembra progettato per lavare una flotta di pickup durante la pausa pranzo.
E funziona. La sera arriva il barbecue: brisket, turkey, ribs e mac and cheese. Carne, fumo, salsa e porzioni pensate per persone che devono ancora guidare qualche ora. Un’altra piccola tessera del viaggio.

Dal Golfo ai ranch del Texas
Poi lasciamo la costa e il Texas cambia faccia. Le strade diventano ancora più dritte, il verde lascia spazio a paesaggi più secchi e le distanze sembrano dilatarsi ulteriormente.
San Antonio è la città che ci rimane più impressa. Più di Houston e più di Austin. Forse perché la sua storia si vede davvero. Visitiamo l’Alamo, camminiamo lungo il River Walk e continuiamo a entrare e uscire dal caldo cercando qualsiasi luogo dotato di aria condizionata.
Austin la attraversiamo più velocemente. Il centro appare più finanziario, più da ufficio. Fuori cambia atmosfera: diventa più giovane e rilassata.

Ma ormai dobbiamo tornare verso Houston. Decidiamo di non seguire la strada più veloce. Abbandoniamo le grandi autostrade e attraversiamo l’interno tra strade di campagna, recinzioni, ranch e cavalli.
Dopo giorni di costa, pickup e spiagge, finalmente compare davanti a noi il Texas che avevamo immaginato prima di partire.
Ed è curioso perché, a quel punto, il Bronco non sembra più grande. Non sembra strano. Non sembra nemmeno particolarmente vistoso. Sembra semplicemente nel posto giusto.

Sei giorni da texani
Forse è proprio questa la cosa più interessante che ci lascia il viaggio. In Europa un Bronco Wildtrak così sarebbe una presenza ingombrante. Noteresti immediatamente la larghezza, gli pneumatici, il rumore e i consumi. Tutto ciò che, osservandolo con criteri razionali, sembra eccessivo.
In Texas, dopo sei giorni, inizi a guardarlo parcheggiato accanto agli F-150 e ai Silverado e ti sembra quasi normale.
Diventano normali persino le persone che ci fermano per parlarne. All’inizio pensavamo guardassero il Bronco soltanto perché era particolare. Poi abbiamo capito che c’era qualcosa di più. Ci facevano i complimenti, chiedevano informazioni sulla livrea, volevano sapere da dove venissimo e quanti chilometri avessimo percorso.
A forza di rispondere e raccontare il viaggio abbiamo iniziato a parlare di quel Bronco come se fosse nostro.
E loro hanno cominciato a trattarci come se lo fosse davvero. Forse è questo il ricordo più bello.

Non aver guidato un enorme fuoristrada sulla spiaggia. Non il V6 biturbo. Non le modalità 4×4. Nemmeno i traversi sulla sabbia.
Per qualche giorno siamo arrivati dall’altra parte del mondo con una macchina che in Italia sarebbe sembrata completamente fuori posto. Poi abbiamo attraversato spiagge, città, ranch, autostrade e distributori.
Alla fine, quelli fuori posto ci siamo sentiti noi quando è arrivato il momento di riconsegnarla. Perché il Bronco non ci ha semplicemente portato attraverso il Texas. Per sei giorni ci ha fatto sentire un po’ texani.
A cura di Fred Falco.
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